Siesta, ovvero le storie italiane.

Il suono dei tacchi contro le strade fatte di pietra. Il rumore della caffettiera sul fuoco e il profumo del caffè appena fatto. Un cornetto dolce. I figli, i nipoti all’asilo, a scuola. Gli adulti pronti ad iniziare i loro doveri seri.

Il sole inizia a farsi sentire delicatamente pizzicando la mia pelle chiara. I suoi raggi luminosi si riflettono sulla superficie del paesaggio circostante. Tutto cambia colore. Schiarisce.

Indipendentemente dal colore della mia abbronzatura, qui sarò comunque considerata una ragazza di carnagione chiara. Ci nascondiamo all’ombra. Degli alberi. Nelle strette strade della città. Dentro le caffetterie. L’aria vibra di calore. Il cielo è oscenamente blu nudo.

Sexta probabilmente proveniente dal latino. Sei per i romani. La prima dopo il mezzogiorno. Il tempo sembra scorrere più lentamente. Tempo senza il tempo vero. Stanno lentamente cadendo le tende di ogni genere di attività.

Attraverso le fessure delle persiane è possibile ascoltare i suoni delle pentole allegramente scoppiettanti. Il suono dell’acqua che sta bollendo per preparare la pasta. Porte del frigorifero scricchiolanti. Il suono dell’apertura delle bottiglie di vino. Risate. Conversazioni. Parole. Il mescolo degli aromi. I primi, i secondi piatti e poi il caffè forte.

Dopo solo il suono dell’acqua che scorre lungo i piatti sporchi. Il soleggiato crepuscolo di stanze ombreggiate. Forse un po’ di sussurri. Il silenzio. È ora per riprendere il fiato. Il tempo pisolino.

Qualcuno recentemente mi ha chiesto cosa stanno facendo gli italiani durante la siesta. Proprio questo. Fanno le piccole faccende. Mangiano. Riposano. dormono. Celebrano la vita.